Mercosur, quando i dazi accelerano la storia

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Ci sono trattati che si presentano come architetture razionali, nate dalla pazienza della diplomazia e dalla fiducia in un ordine economico stabile. E poi ci sono accordi che, pur avendo alle spalle decenni di negoziati, vengono spinti in avanti dalla pressione del tempo storico. L’intesa tra Unione Europea e Mercosur appartiene ormai a questa seconda categoria: più di venticinque anni di trattative, ripartenze e stalli, fino a un’accelerazione che somiglia meno a un entusiasmo per il libero scambio e più a una risposta difensiva a un mondo tornato a ragionare in termini di barriere, dazi e potenza.

Il paradosso si è materializzato in queste settimane. A pochi giorni dalla firma di Ursula von der Leyen e dei partner latinoamericani sull’accordo in Paraguay, il Parlamento europeo ha approvato, con un margine di soli dieci voti, la richiesta di inviare il testo alla Corte di giustizia europea per un parere legale. Dopo un quarto di secolo, l’accordo si è insabbiato ancora, in attesa di un verdetto che potrebbe arrivare persino tra un paio di anni. È un passaggio tecnico, certo. Ma oggi anche le procedure tecniche hanno un peso politico, perché dicono quanto sia difficile prendere decisioni in un’epoca in cui le categorie del passato non bastano più e quelle del futuro non sono ancora del tutto disponibili.

In questa transizione, i numeri aiutano a capire perché Bruxelles stia forzando i tempi. Il Mercosur – Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, con la recente aggiunta della Bolivia – vale un’area economica da quasi 300 milioni di persone. Nel 2024 l’Ue ha esportato verso i quattro Paesi fondatori merci per 55 miliardi di euro, mentre i servizi nel 2023 hanno toccato 29 miliardi. Soprattutto, le imprese europee sono già dentro quell’area: lo stock di investimenti diretti supera i 380 miliardi di euro. Quando un mercato è già abitato dal capitale, il tema non è più l’accesso, ma la qualità dell’accesso: regole, costi, prevedibilità.

E qui entrano i dazi, cioè la parte meno ideologica e più materiale di questa storia. Senza accordo, valgono le tariffe Most-Favoured-Nation: secondo dati della Commissione europea, il Mercosur applica dazi medi di circa l’11% sui beni europei, contro poco più del 5% mediato dall’Ue sugli stessi beni. In alcuni settori la protezione diventa un muro: circa 35% sui componenti auto (e anche su auto e tessili), tra 14% e 20% su macchinari e ricambi, fino a 18% su chimica e farmaci, fino a circa 28% su formaggi e lattiero-caseari, fino a 35% su vino e alcolici. L’accordo prevede invece l’eliminazione progressiva di circa il 91-92% dei dazi tra le due aree, con una gradualità che può arrivare a 15 anni. Tradotto in economia d’impresa, significa sostituire una tassa ricorrente con una traiettoria di riduzione prevedibile.

Il rinvio ha quindi un costo diretto: le merci europee continuano a pagare dazi elevati invece di avvicinarsi a un regime quasi totalmente duty-free. Ma il vero danno, in un’economia che ragiona per catene del valore, è il costo indiretto: opportunità perse, competitività che si assottiglia, prezzi di export meno aggressivi rispetto ai competitor che dispongono di accordi simili. Anche i costi invisibili restano: conformità, certificazioni, controlli doganali, in assenza delle procedure semplificate previste dall’intesa.

Le stime richiamate nei documenti danno la misura: il mancato risparmio di dazi ammonta a oltre 4 miliardi di euro all’anno nel settore industriale. E l’accordo era associato a una crescita potenziale dell’export Ue verso Mercosur fino a +39-50% entro il 2040, con un contributo cumulato di oltre 77 miliardi di euro alla crescita del Pil europeo nel lungo periodo. La Commissione indica anche incrementi settoriali rilevanti: esportazioni di veicoli fino a +200%, macchinari +35%, prodotti chimici +50%. L’impatto complessivo viene valutato in circa 80 miliardi di euro, pari allo 0,05% del Pil, con benefici superiori a quelli prodotti dall’accordo con il Canada. Numeri che, per un imprenditore, non sono slogan: sono differenze potenziali di margine, scala e stabilità.

Eppure sarebbe riduttivo leggere tutto come un esercizio di contabilità. Il commercio è tornato a essere geopolitica. Il ritorno di Donald Trump e la sua politica dei dazi hanno funzionato, nei fatti, da acceleratore: un mondo più protezionista costringe l’Europa a diversificare mercati e catene di approvvigionamento. Le minacce tariffarie rilanciate anche su dossier apparentemente laterali, come quello della Groenlandia, segnalano che il dazio non è più solo una voce doganale: è una leva di pressione. In questo contesto, l’accordo Ue-Mercosur diventa un messaggio: scegliere la connessione invece del muro tariffario, non per idealismo, ma per necessità strategica.

Naturalmente, ogni transizione apre fratture. Il rovescio della medaglia è l’agricoltura, dove l’accordo diventa politicamente esplosivo. Sono previste quote su prodotti sensibili come carne bovina, pollame, zucchero ed etanolo, oltre a clausole di salvaguardia che consentirebbero di ripristinare temporaneamente i dazi in caso di squilibri. Bruxelles ha indicato anche accesso anticipato a fondi della Politica Agricola Comune e rafforzamento dei controlli fitosanitari, misure ritenute insufficienti dalle principali lobby agricole. Qui emerge un punto che riguarda ogni impresa: quando cambia la geografia del mercato, non cambiano solo i prezzi, ma gli equilibri sociali e territoriali che quei prezzi sostengono.

Per l’Italia il dossier ha una concretezza particolare. Nel 2024 l’interscambio con il Mercosur ha raggiunto i 13,4 miliardi di euro. Il Paese risulta primo esportatore europeo nell’agroalimentare verso l’area, secondo nei veicoli e nei macchinari, quarto nei prodotti chimici e farmaceutici. Per molte filiere manifatturiere a vocazione export, la riduzione dei dazi e l’armonizzazione normativa significano una cosa semplice: meno attrito per trasformare la capacità produttiva in fatturato estero.

Infine, c’è la materia prima, nel senso letterale del termine. L’accordo viene descritto anche come una chiave per l’accesso a risorse strategiche come litio, niobio, bauxite e grafite, cruciali per la transizione energetica e digitale. In un mondo in cui la competizione per le risorse accompagna quella per i mercati, questa dimensione pesa quanto le cifre commerciali.

L’intesa Ue-Mercosur, in fondo, racconta un passaggio d’epoca: il commercio non è più un sottofondo tecnico dell’economia, ma un campo in cui si ridisegnano alleanze, dipendenze, rischi. Per le imprese significa operare sapendo che la geopolitica entra nei bilanci, non come metafora, ma come variabile. E per l’Europa è un banco di prova: capire se la transizione in corso verrà governata con nuove connessioni, oppure subita come una lenta frammentazione del mondo.

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