Chi crea è un artista, chi ruba è un genio

Pablo Picasso e Jean Cocteau

Pablo Picasso e Jean Cocteau

Quando Pablo Picasso (nell’immagine con Jean Cocteau) pronunciò la celebre frase “I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano”, non stava facendo apologia del plagio. Stava indicando un principio profondo, che riguarda la natura stessa della creatività: nulla nasce dal nulla, e l’originalità assoluta è un mito romantico. Il genio, in realtà, è colui che sa prendere in prestito, rielaborare e trasformare. Il copiare – nella sua accezione più fertile – è il motore della cultura, dell’evoluzione sociale e dell’innovazione imprenditoriale.

È questa l’intuizione al centro del saggio di Mark Earls, “Copy, Copy, Copy: How to Do Smarter Marketing by Using Other People’s Ideas”. – edizione italiana “Fare marketing copiando” – Edizioni LSWR. Secondo l’autore britannico, ex planner di Ogilvy e autore influente nel campo del marketing comportamentale, la maggior parte delle decisioni umane sono basate sull’imitazione, non sulla deliberazione razionale. “Copiamo perché è più veloce, meno costoso e spesso più efficace che pensare tutto da zero” scrive Earls. E non solo nel consumo, ma anche nella strategia.

La cultura, in fondo, non è altro che una rete dinamica di idee copiate, adattate, tramandate. L’apprendimento sociale – osservato in primati, uccelli, bambini e consumatori – è alla base di ogni trasmissione di sapere. Da sempre le società si evolvono copiando modelli vincenti: dalle tecniche agricole mesopotamiche all’adozione del cloud computing nel business moderno.

In ambito aziendale, la storia recente abbonda di esempi di successo costruiti sul principio della “copia intelligente”. Facebook, oggi Meta, nacque osservando il modello di Friendster e MySpace, rielaborandolo in un ecosistema più pulito e scalabile. Airbnb ha mutuato la logica della sharing economy già esplorata da Couchsurfing, ma vi ha innestato un modello di monetizzazione e branding radicalmente differente. E Amazon, che oggi detiene circa il 38% del mercato e-commerce USA (Statista, 2024), ha costruito la sua architettura logistica osservando e superando i sistemi di distribuzione Walmart.

La chiave non è copiare ciecamente, ma saper individuare cosa funziona, comprenderne la struttura e riapplicarla in un contesto nuovo. È qui che l’imitazione diventa geniale: quando si mescola al giudizio, alla visione, all’opportunismo strategico.

Tuttavia, l’ambiente culturale occidentale tende ancora a sovrastimare l’originalità e a sottovalutare l’adattamento. Questo bias può indurre molte imprese a tentare la “differenziazione assoluta” a tutti i costi, dimenticando che, nella maggior parte dei casi, la vera sfida è copiare bene ciò che già funziona – e farlo prima degli altri.

Il caso italiano: creatività che ruba con gusto

Nel panorama italiano, l’imitazione creativa ha trovato da sempre terreno fertile. Il made in Italy, che oggi vale oltre 600 miliardi di euro secondo dati ICE (2023), è il risultato di una lunga tradizione di assorbimento e reinterpretazione. Le imprese italiane non hanno inventato la moda, ma l’hanno elevata a forma d’arte industriale. Non hanno ideato la ristorazione, ma l’hanno esportata nel mondo come esperienza culturale. Il design italiano, spesso celebrato per la sua originalità, è in realtà il prodotto di una sapiente rielaborazione di linguaggi estetici internazionali, declinati con eleganza locale.

Un esempio emblematico è quello di Luxottica, fondata da Leonardo Del Vecchio. Non ha inventato gli occhiali, ma ha osservato l’evoluzione del consumo e ha saputo connettere produzione, licensing e branding, trasformando un oggetto funzionale in simbolo di status. O ancora Eataly, che ha preso il format del department store americano e lo ha reinventato con la narrativa del gusto italiano, unendo retail, ristorazione e storytelling territoriale.

Sono forme di “furto creativo” che nulla hanno a che vedere con la contraffazione, ma molto con l’intelligenza strategica. Rubare idee, in questo senso, significa comprenderle meglio di chi le ha generate e saperle rifare con maggiore pertinenza.

Per l’impresa italiana, in bilico tra artigianalità e innovazione, il genio non risiede nella tabula rasa, ma nella capacità di attingere dal mondo per poi reinterpretarlo con autenticità. In fondo, anche il Rinascimento non fu che un enorme “combinato disposto” di copisti ispirati.

Autore

  • quimilano.it

    Luca Bonaffini, direttore editoriale della testata QUI MILANO, in qualità di autore e cantautore ha firmato romanzi, testi teatrali e oltre venti album, collaborando con figure di spicco della musica d’autore italiana.