Addio a Sergio Secondiano Sacchi, l’uomo che ha difeso la poesia in musica

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La morte di Sergio Secondiano Sacchi segna una perdita profonda per la canzone d’autore italiana. Direttore artistico del Premio Tenco di Sanremo, Sacchi ha incarnato per decenni un’idea alta e rigorosa della musica, quella nella quale la canzone è forma di letteratura, è spazio di pensiero e di coscienza civile.
Alla guida del Tenco, ha saputo custodire e rinnovare lo spirito originario della rassegna dedicata a Luigi Tenco, distinguendola con forza dalle logiche più commerciali del Festival. Per lui la centralità era la parola: testi curati, coerenza artistica, profondità espressiva. Non era soltanto un organizzatore, ma un mediatore culturale, capace di mettere in dialogo generazioni diverse di cantautori, maestri riconosciuti e nuove voci.
Il ricordo che lascia Sergio a molti artisti e addetti ai lavori, non è solo la competenza, ma la capacità di ascoltare. Sacchi parlava di musica con passione autentica, soffermandosi su una strofa, su un’immagine poetica, su una scelta armonica. Non cercava mai l’effetto, ma la sostanza. Era convinto che la canzone potesse ancora raccontare il mondo con profondità, senza cedere alla superficialità del tempo veloce.
Sotto la sua direzione, il Premio Tenco è diventato un presidio culturale, un luogo in cui la musica si ascolta davvero e si discute con rispetto. Sanremo, per qualche giorno all’anno, si trasformava in una capitale della canzone d’autore, italiana e internazionale.
Sacchi lascia un’eredità che va oltre i ruoli ufficiali: un metodo, un’etica, una visione. Continuare a difendere la qualità della parola in musica sarà il modo più autentico per onorarne la memoria.

Ecco allora alcune testimonianze di noi, amici e addetti ai lavori, per raccontare l’autorevolezza, l’onestà intellettuale e l’umanità di questo indimenticabile architetto, poeta e musicista.

La prima, doverosa, è la mia, certo in veste di direttore editoriale di questa testata, ma anche amico di Sergio, e appassionato divulgatore – in molte forme – di musica, parole e arte.
Tutto è cominciato al festival “Dallo sciamano allo showman”.
Ero a pranzo con gli organizzatori perché avevo portato un artista, ma non ero lì in veste artistica ma come accompagnatore.
Come spesso mi accadeva allora, me ne stavo in disparte, chiuso nel mio mondo, timido e riservato. A un certo punto il mio silenzio venne interrotto dalla voce di Sergio Secondiano Sacchi. Lo conoscevo già come figura autorevole del Premio Tenco, ma ero convinto che a malapena sapesse chi fossi. Quando ci eravamo incrociati, sempre poche parole: un rispetto quasi eccessivo, mai invadenza, né da parte sua né da parte mia.
Improvvisamente mi chiamò per nome e cognome: «Ma come fai tu, Luca Bonaffini, a fare così tanti dischi e ad avere produzioni così alte nonostante le tue vendite siano così basse? Secondo me c’è qualcosa sotto». Tutti si girarono e scoppiarono a ridere. Fu lì che nacque, per merito suo, la definizione del “cantautore miliardario”. Disse: «Secondo me sei miliardario e non lo fai sapere a nessuno». Io naturalmente confermai, scherzando.
Da quel momento, pur senza sentirci spesso, nacque tra noi una simpatia autentica.
Mi invitò a casa sua, a pranzo con Sonia. Io sono rimasto debitore di una sbrisolona mantovana che gli avrei dovuto portare. Ma soprattutto mi colpì il suo interesse umano. Quando nel 2008 ebbi un serio problema di salute, fu una delle persone che non si dimenticarono di me. Mi chiamò a suonare nella trilogia di CD dedicata ai Pan Brumisti, forse la sua opera più ambiziosa, con brani scritti o tradotti da lui e interpretati da artisti come Guccini, Vecchioni, Finardi, Manuel Serrat, Gigliola Cinquetti, Massimo Ranieri e molti altri. In alcuni brani, c’ero io come chitarrista. Un onore.
Ma quello fu solo l’inizio: mi chiese di lavorare s’una canzone scritta da lui, di “farla alla Bonaffini”. Andai alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani e realizzammo insieme una versione di “Italia” (quello il titolo) che mi offrì una consacrazione inaspettata.
Mi aprì la porta del Premio Tenco.
E se sono entrato, anche solo in parte, nella memoria del Premio Tenco, lo devo a Sergio. Alla sua generosità, alla sua ironia, alla sua capacità di vedere negli altri qualcosa che forse loro stessi non vedevano ancora.

Una preziosa voce che abbiamo interpellato è quella di Antonio Silva, conduttore storico e figura di riferimento del Premio Tenco, che ci ha scritto:
“A Sergio Sacchi mi legano cinquantacinque anni di amicizia e complicità. Ci siamo incontrati per caso nel 1971, a Milano, in un’osteria sui Navigli, “Il Brumista”, in via Ascanio Sforza. Lì si cantavano canzoni popolari, ma anche brani colti e politici, accompagnati al pianoforte dal maestro Giovanni Del Giudice.
Insieme a Enrico Sala, altro “superstite” di quella stagione, mettemmo in piedi un gruppo: i Panbrumisti. Non riuscimmo mai a scegliere tra le nostre due anime, il cabaret e il progressive. Così nacque un disco prog, I padroni della città, e per alcune stagioni lavorammo al “Refettorio”, in via San Maurilio, un cabaret che allora, insieme al Derby, ospitava alcuni dei migliori artisti del settore. Intanto Sergio collaborava con la rivista Musica e Dischi quando Amilcare Rambaldi lo chiamò a far parte del gruppo che avrebbe dato vita al Club Tenco. Nel 1974 prese il via la prima edizione della Rassegna della Canzone d’Autore. Fin dall’inizio non mancarono gli imprevisti: una sera il presentatore diede buca e fu proprio Sergio a salire sul palco per condurre parte dello spettacolo. Fu allora che suggerì ad Amilcare di chiamare me come presentatore delle serate. Da quel momento iniziò un percorso che avrebbe segnato la mia vita professionale e umana. Il resto, come si dice, è storia.
Oggi resta il dolore per la perdita di un amico vero, di un compagno di strada con cui ho condiviso sogni, musica, ideali e un pezzo importante della nostra storia culturale.”.

E quindi, le parole di Mimmo Paganelli, discografico storico e figura centrale della musica d’autore italiana:
“Quando ero direttore artistico della EMI, io e Sergio abbiamo lavorato a stretto contatto per diversi progetti, oltre naturalmente alla collaborazione costante in occasione del Premio Tenco e delle varie ospitate. Io seguivo i miei artisti, lui la linea culturale della rassegna, ma spesso le nostre strade si intrecciavano in modo creativo e fertile. Ci sono almeno due progetti che ricordo con particolare orgoglio. Il primo fu la compilation dedicata a Che Guevara. Sergio, che aveva una competenza straordinaria e una rete internazionale solidissima, curò soprattutto la parte estera; io mi occupai maggiormente degli artisti italiani. Ne nacque un lavoro importante, ambizioso, che arrivò a vendere centomila copie: un risultato sorprendente per un progetto di quel tipo, quasi impensabile oggi. Ogni tanto ci piaceva “inventarci” qualcosa insieme. Così nacque anche “Lettere Celesti”, un CD costruito attorno a poesie laiche e canzoni che avevano il tono della preghiera civile. C’erano brani come Preghiera in gennaio di Fabrizio De André per Luigi Tenco, un pezzo di Roberto Vecchioni dedicato a un amico, e contributi di tanti altri artisti importanti. Era un modo per unire musica, memoria e spiritualità non confessionale, in quella dimensione che Sergio sentiva profondamente sua. Tra noi c’era stima reciproca. Non servivano molte parole: bastava ritrovarsi al Tenco, scambiare uno sguardo, una battuta, e si ripartiva da lì. Oggi non se ne va soltanto un protagonista della cultura musicale italiana. Se ne va un amico prezioso, uno di quelli con cui hai condiviso idee, progetti e un pezzo di vita. E questo, più di tutto, fa male.”

Concludiamo con alcuni versi rubati a “Sulla strada”, cantata da Guccini e scritta da Sergio, che citano così: “a parte il fatto che poi, viene sempre qualcuno a parlarci di lui…”

 

Autore

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    Luca Bonaffini, direttore editoriale della testata QUI MILANO, in qualità di autore e cantautore ha firmato romanzi, testi teatrali e oltre venti album, collaborando con figure di spicco della musica d’autore italiana.