Milano, 10 aprile – In un settore abituato al clamore delle passerelle più che alla sobrietà delle fusioni, l’annuncio dell’acquisizione di Versace da parte di Prada segna un’eccezione che farà scuola. Un’operazione da 1,25 miliardi di euro – interamente cash – che non si limita a riscrivere i rapporti di forza dell’alta moda, ma si inserisce nel dibattito più ampio sulla sovranità industriale italiana e sulla natura stessa del capitalismo creativo.
Il gruppo Prada, guidato da Andrea Guerra e con la regia strategica della coppia d’acciaio composta da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, acquisisce il controllo completo del marchio fondato da Gianni Versace nel 1978, riportando sotto il tricolore una delle icone più esportate (e celebrate) dello stile italiano. La maison, che dal 2018 era passata sotto il controllo della holding americana Capri Holdings – proprietaria anche di Michael Kors e Jimmy Choo – cambia dunque nuovamente pelle.
In apparenza, si tratta di una tipica operazione di consolidamento verticale: Prada amplia il proprio portafoglio brand diversificando l’offerta, rafforzando la propria posizione sui mercati nordamericani e asiatici, dove Versace gode ancora di una riconoscibilità dirompente. In realtà, si tratta di molto di più. È un gesto culturale, prima ancora che finanziario. E come ogni gesto culturale, parla anche al cuore del capitalismo italiano.
Il profilo economico dell’operazione è solido: Versace ha chiuso il 2024 con ricavi pari a 1,1 miliardi di dollari e un EBITDA stimato attorno al 15% (fonte: Capri Holdings, Relazione Annuale 2024). Prada, dal canto suo, ha registrato nello stesso periodo un fatturato di 4,5 miliardi di euro, con una crescita del 12% anno su anno, sostenuta soprattutto dai brand Prada e Miu Miu. Con questa acquisizione, si prevede che il nuovo polo possa superare i 6 miliardi di euro di ricavi consolidati entro il 2026.
Nel sistema delle imprese, si tratta di un’operazione simile a quelle che si vedono in settori maturi come l’energia o l’automotive: si integrano filiere, si razionalizza la produzione, si presidiano meglio i mercati esteri. Ma nel caso del lusso, ciò avviene con un valore aggiunto intangibile: l’identità. Versace è sempre stato sinonimo di eccesso, teatralità, oro e pelle; Prada è invece geometria, understatement e intelligenza provocatoria. Riunire questi due mondi è come unire Wagner e Bach sotto la stessa direzione: un’arte rischiosa, che richiede visione.
E i protagonisti non mancano di visione. Miuccia Prada, che ha trasformato un marchio di pelletteria in un laboratorio di pensiero visivo, ha saputo negli anni tradurre la moda in un codice filosofico. Al suo fianco, Patrizio Bertelli – definito da molti “il più industriale tra i poeti della moda” – ha gestito l’azienda con rigore manageriale e fiuto imprenditoriale. Alla guida operativa c’è Andrea Guerra, ex CEO di Luxottica e figura di raccordo tra cultura e bilancio, che ha saputo riportare in Italia anche il brand Eataly prima di approdare a Prada.
Sul fronte Versace, l’addio di Donatella – che ha accettato il ruolo di “ambasciatrice globale” della maison – rappresenta la fine di un’era. La stilista, nota per il suo stile esuberante quanto per il carisma magnetico, ha saputo mantenere vivo l’immaginario creato dal fratello Gianni, resistendo alla standardizzazione imposta dal capitalismo di scala. Al suo posto, Prada ha nominato Dario Vitale, ex direttore creativo di Miu Miu, con il compito di rileggere il DNA Versace in chiave contemporanea.
Le imprese che osservano questa operazione non possono trascurare un dettaglio cruciale: il ritorno in Italia di un brand venduto all’estero rappresenta una narrazione alternativa alla fuga di capitale creativo. È come se Ferrari acquistasse Lamborghini o Luxottica riprendesse controllo su Ray-Ban: un atto di riappropriazione dell’identità, oltre che una strategia di crescita.
In un’epoca in cui le imprese si interrogano su sostenibilità, autonomia strategica e valore culturale del prodotto, l’operazione Prada–Versace può diventare esempio e paradigma. Non basta scalare: occorre farlo con coerenza. Non basta crescere: bisogna saper raccontare. Perché nel business, come nella moda, ciò che resta davvero impresso non è solo il profitto, ma lo stile con cui lo si raggiunge.
