L’intima essenza che distingue i progressisti dai conservatori

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radical chicL’elezione di un nuovo pontefice, evento carico di simbolismo e mistero, ha disorientato non pochi osservatori della politica e dell’opinione pubblica. In una società abituata a incasellare ogni dinamica nel binomio destra-sinistra, la decisione del Conclave appare indecifrabile. Le categorie ideologiche tradizionali, in questo caso, evaporano. Il papa non è espressione di un partito né di una coalizione, e il suo pensiero non si presta alle griglie di lettura consuete. Chi ha cercato di interpretare la scelta in termini di progressismo o conservatorismo ha presto compreso di trovarsi davanti a una logica altra, che obbedisce più al mistero della fede che al pragmatismo delle urne.

Eppure, il bisogno di semplificare la realtà attraverso dicotomie rimane forte. La polarità destra-sinistra, pur con mille sfumature, continua a essere un punto di riferimento per analizzare idee, programmi e atteggiamenti. Per comprenderne davvero l’essenza – anche nel contesto delle imprese – occorre tornare alle origini.

La distinzione tra destra e sinistra affonda le radici nella Rivoluzione Francese. All’interno dell’Assemblea nazionale costituente del 1789, coloro che sostenevano l’autorità del re sedevano a destra del presidente, mentre i fautori del cambiamento e dei diritti popolari sedevano a sinistra. Una disposizione spaziale divenuta presto simbolica. Da allora, “destra” è associata a conservazione, ordine, gerarchia; “sinistra” a progresso, eguaglianza, trasformazione.

Questa semplice dicotomia ha avuto una fortuna straordinaria, sebbene nel tempo sia diventata oggetto di interpretazioni mutevoli e talvolta contraddittorie. Ciò che resta costante è il differente atteggiamento verso la realtà e il cambiamento.

L’uomo conservatore non è necessariamente un nostalgico. È, piuttosto, colui che avverte il rischio insito in ogni trasformazione. La sua razionalità diffida dell’entusiasmo e si fonda su una visione antropologica prudente: l’uomo non è perfetto, la società nemmeno, e le istituzioni esistono per contenere l’entropia.

Nel mondo dell’impresa, il conservatore tende a privilegiare la stabilità, la tutela del capitale, la trasmissione dei valori e delle prassi consolidate. Investimenti a lungo termine, brand identity coerente, controllo rigoroso dei costi: sono queste le sue colonne portanti. Un esempio eloquente è rappresentato dalle imprese familiari, che in Italia costituiscono circa l’85% del totale e che, spesso, resistono alle tentazioni dell’espansione rapida proprio in virtù di una logica conservativa fondata sul presidio del know-how e della reputazione.

Il limite del conservatorismo si manifesta, tuttavia, nella sua difficoltà ad accogliere l’innovazione, specialmente quando questa disarticola i modelli preesistenti. Il caso Kodak, incapace di anticipare la rivoluzione del digitale, è emblematico.

Il progressista crede che il mondo possa migliorare e che l’azione umana abbia un ruolo decisivo in questo percorso. Dove il conservatore vede un rischio, il progressista intravede una possibilità. Scommette sulla ragione, sulla scienza, sulla capacità collettiva di costruire orizzonti nuovi.

Nel business, il progressismo si traduce in apertura all’innovazione, sperimentazione di modelli alternativi, attenzione alla sostenibilità. Le startup tecnologiche, l’economia circolare, il lavoro agile sono esempi di paradigmi promossi da una visione progressista. Secondo il Global Innovation Index 2023, le imprese che investono più del 5% del proprio fatturato in R&D hanno tassi di crescita media superiori del 21% rispetto ai competitor tradizionali: un dato che testimonia la vitalità, ma anche la volatilità, dell’approccio progressista.

Il difetto, in questo caso, risiede nel rischio di astrattezza: l’ideologia del cambiamento può sfociare in discontinuità strategica, dispersione di risorse, perdita di identità. Non tutto ciò che è nuovo è, di per sé, migliore.

Ne è esempio rilevante il caso delle politiche green europee, ispirate da un sincero spirito progressista. L’obiettivo – accelerare la transizione ecologica – ha generato regolamenti rigorosi su emissioni e propulsioni termiche, culminando nel divieto di vendita di auto a combustione interna dal 2035. Tuttavia, l’impatto sull’industria automobilistica tradizionale è stato dirompente. Secondo ACEA, l’associazione europea dei costruttori, l’adeguamento alle nuove normative potrebbe costare fino a 70 miliardi di euro e mettere a rischio oltre 500.000 posti di lavoro in Europa. L’entusiasmo normativo ha quindi prodotto una frattura tra finalità ambientale e sostenibilità industriale, mostrando come anche i migliori intenti possano generare conseguenze paradossali se non accompagnati da un’attenta valutazione sistemica.

Nel cuore di questa dialettica si inserisce una figura ibrida, controversa e culturalmente affascinante: quella dei radical chic. Coniata nel 1970 da Tom Wolfe, l’espressione nasce per descrivere un evento mondano a Manhattan, in cui esponenti dell’alta borghesia newyorkese ospitavano una raccolta fondi in favore delle Black Panthers. Wolfe ne trasse un ritratto impietoso: il radical chic è colui che adotta le istanze più estreme della sinistra come un accessorio di status, pur vivendo immerso nei privilegi del proprio ceto. Una dissonanza tra forma e sostanza, tra dichiarazioni pubbliche e interessi privati.

In ambito aziendale, tale atteggiamento si traduce in una forma di “CSR performativa”: imprese che sventolano valori progressisti – inclusività, green economy, parità di genere – ma che poi, nei fatti, mantengono pratiche opache, modelli di governance gerarchici e filiere poco etiche. È il caso, ad esempio, di alcuni colossi del fashion che promuovono campagne contro la discriminazione ma producono in Paesi con condizioni di lavoro precarie. Un divario che, oggi, viene facilmente smascherato da consumatori sempre più consapevoli.

La distinzione tra destra e sinistra non è una semplice etichetta politica, bensì una chiave di lettura della realtà. Per Norberto Bobbio, la differenza fondamentale risiede nell’atteggiamento verso l’uguaglianza. “L’uomo di destra pensa che nasciamo tutti diversi e questo mondo tende a farci diventare tutti uguali; l’uomo di sinistra pensa esattamente il contrario”. Una frase che condensa secoli di pensiero e si riflette anche nelle strategie aziendali.

Il conservatore privilegia la meritocrazia come espressione delle differenze naturali; il progressista persegue politiche inclusive per correggere diseguaglianze di partenza. Un’impresa conservatrice adotta sistemi retributivi basati esclusivamente sulla performance individuale; un’impresa progressista può introdurre welfare aziendale, mentorship per le minoranze, bilanci di genere.

Entrambe le impostazioni, se gestite con coerenza, possono produrre valore. Ma richiedono consapevolezza del proprio DNA identitario: ogni impresa, come ogni individuo, è chiamata a scegliere quale visione del mondo intende abbracciare.

In un’epoca segnata dalla complessità e dall’ibridazione dei ruoli, la rigida contrapposizione tra destra e sinistra mostra i suoi limiti. La realtà è più liquida di quanto non dicano le ideologie. Tuttavia, per l’impresa, comprendere la tensione profonda tra conservazione e progresso resta un esercizio strategico.

Nel ripensare il proprio posizionamento, ogni organizzazione deve interrogarsi: intende innovare o consolidare? Espandere o presidiare? Rischiare o cautelarsi? Nessuna risposta è neutra, perché ogni scelta è un atto politico, in senso lato.

In fondo, come ci ricorda il pensiero classico, non esiste vera libertà senza responsabilità. E non esiste visione di futuro senza un’idea chiara di ciò che si vuole conservare.

Autore

  • quimilano.it

    Giancarlo Zanetti, economista e imprenditore milanese, ha affiancato con la sua società il percorso e la crescita di migliaia di aziende mantenendo sempre centrale il valore della cultura e delle persone.