
La “teoria del pazzo” non è soltanto una formula da manuale di strategia. È un modo di abitare il potere. Consiste nel rendersi imprevedibili, nel lasciare agli altri il dubbio su quale sarà la prossima mossa, nel trasformare l’incertezza in una leva negoziale. Se l’interlocutore non sa se arriverà una carezza o uno schiaffo, tenderà a muoversi con cautela. Se teme la reazione, anticipa la concessione. Se non riesce a calcolare il rischio, finisce spesso per sopravvalutarlo.
Donald Trump ha portato questa logica al centro della scena internazionale. Non l’ha soltanto evocata. L’ha trasformata in linguaggio politico, in metodo diplomatico, in postura negoziale. La recente crisi con Giorgia Meloni ne è un esempio nitido, non perché rappresenti un episodio isolato, ma perché illumina una trasformazione più ampia: il passaggio da un mondo fondato su alleanze relativamente prevedibili a un mondo nel quale anche l’amicizia strategica diventa revocabile, intermittente, sottoposta all’umore della giornata e al calcolo del momento.
Oggi, 19 giugno 2026, dopo il G7 di Evian, Trump è intervenuto telefonicamente alla trasmissione “L’aria che tira” su La7 e ha attaccato la presidente del Consiglio italiana con parole volutamente umilianti, sostenendo che Meloni lo avrebbe implorato per una fotografia e che gli avrebbe fatto pena. Poche ore dopo ha insistito, parlando con Nbc, affermando di non volerla come “fan” perché, a suo dire, né lei né la NATO sarebbero state presenti sulla questione dello Stretto di Hormuz. La risposta di Meloni è stata immediata e durissima: ha definito quelle dichiarazioni totalmente inventate, si è detta allibita e ha rivendicato che l’Italia non implora mai. La crisi non è rimasta simbolica. Antonio Tajani ha annullato la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno e la Farnesina ha cancellato il forum imprenditoriale e scientifico che avrebbe dovuto svolgersi a Miami il 22 giugno.
Letta come cronaca, la vicenda è un incidente diplomatico. Letta con più profondità, è una finestra sul nuovo disordine strategico. La questione non è soltanto il rapporto tra Trump e Meloni. È il significato stesso della parola alleanza quando il leader della principale potenza occidentale usa l’imprevedibilità non contro i nemici, ma anche verso i partner.
Per oltre settant’anni l’Occidente ha vissuto dentro una grammatica relativamente stabile. Gli Stati Uniti garantivano sicurezza. Gli alleati garantivano coesione. Il commercio garantiva integrazione. Le istituzioni multilaterali garantivano una cornice. Quel mondo non è mai stato idilliaco, ma aveva un tratto fondamentale: la prevedibilità americana era essa stessa una forma di capitale. Governi, imprese, investitori e filiere globali potevano pianificare perché alcune variabili apparivano sufficientemente solide.
Ora quella stabilità si sta incrinando. La NATO conta oggi 32 Paesi membri, ma il suo peso non si misura soltanto in basi, soldati o bilanci della difesa. Si misura nella fiducia che produce. Dal 1945 in poi, decine di Paesi in Europa, Asia e Medio Oriente hanno costruito la propria sicurezza attorno all’idea che Washington fosse non soltanto potente, ma affidabile. Nel momento in cui questa affidabilità diventa condizionata, variabile, negoziabile ogni giorno, il sistema cambia natura.
La teoria del pazzo può essere efficace nel breve periodo. In una trattativa commerciale, un grande cliente può ottenere condizioni migliori lasciando intendere di poter cambiare fornitore. Un investitore può spostare aspettative semplicemente mantenendo aperte più opzioni. Un amministratore delegato può tenere un’organizzazione sotto pressione alternando premio e minaccia. Ma ciò che genera vantaggio tattico può consumare capitale strategico. La paura muove. La fiducia costruisce.
Le imprese lo sanno meglio di molti governi. Nessuna filiera complessa vive soltanto di contratti. Vive di reputazione, affidabilità, tempi rispettati, informazioni condivise, problemi risolti insieme. Un gruppo dominante può spremere i fornitori per anni, ma quando arriva una crisi scopre che la lealtà non si compra all’ultimo minuto. Si accumula lentamente, come un patrimonio invisibile. Lo stesso vale per le nazioni.
Il mondo che si sta formando non assomiglia semplicemente alla vecchia Guerra fredda. È più mobile, più nervoso, più frammentato. Gli Stati Uniti cercano di ridefinire il costo della propria leadership. La Cina costruisce influenza economica e tecnologica. L’Europa prova a capire se può diventare soggetto strategico e non soltanto spazio regolatorio. L’India si muove come potenza autonoma. Il Medio Oriente gioca su più tavoli. Il Sud globale non accetta più di essere trattato come platea passiva della storia scritta altrove.
In questo scenario, l’alleanza non scompare. Cambia forma. Diventa più selettiva, più condizionata, più reversibile. Non promette più eternità, ma utilità. Non vive più soltanto di appartenenze storiche, ma di convergenze concrete. La fedeltà automatica lascia spazio alla cooperazione negoziata. È una trasformazione profonda, perché obbliga ogni Paese e ogni impresa a riconsiderare il proprio posto nel mondo.
Per l’Europa il passaggio è particolarmente delicato. Il continente ha prosperato dentro una doppia protezione: quella militare americana e quella economica della globalizzazione. Oggi entrambe sono meno scontate. L’America resta indispensabile, ma meno prevedibile. La Cina resta un mercato enorme, ma anche una dipendenza rischiosa. La Russia ha riportato la forza al centro della storia europea. Le rotte energetiche e commerciali sono tornate vulnerabili. Le materie prime critiche, i semiconduttori, i dati e l’intelligenza artificiale sono diventati strumenti di potenza prima ancora che settori economici.
Per questo la crisi delle alleanze tradizionali non riguarda soltanto i ministeri degli Esteri. Riguarda i consigli di amministrazione. Ogni decisione industriale importante contiene ormai una domanda geopolitica: dove produrre, da chi comprare, quale tecnologia adottare, quale mercato servire, quale rischio accettare, sotto quale ombrello strategico operare. La geopolitica non è più lo sfondo dell’economia. Ne è diventata una delle materie prime.
L’Italia si trova dentro questa transizione con una posizione più importante di quanto spesso riconosca a sé stessa. È una potenza manifatturiera, un Paese mediterraneo, un membro fondatore dell’Europa comunitaria, un alleato storico degli Stati Uniti, un ponte naturale verso Africa e Medio Oriente. In un mondo di alleanze mobili, questa collocazione può essere fragilità o forza. Dipende dalla qualità della visione strategica. Essere fedeli non basta più. Occorre essere credibili, utili, autonomi nel giudizio, capaci di costruire relazioni senza apparire disponibili a qualsiasi prezzo.
La stessa lezione vale per l’impresa italiana. Per anni la parola dominante è stata efficienza: ridurre costi, comprimere scorte, concentrare fornitori, ottimizzare processi. Era la lingua della globalizzazione lineare. Oggi quella lingua non basta più. Un’azienda troppo efficiente può diventare fragile. Una filiera troppo economica può diventare costosissima quando si interrompe. Una partnership troppo sbilanciata può trasformarsi in dipendenza. La competitività del futuro nascerà dalla capacità di combinare efficienza e resilienza, apertura e protezione, velocità e ridondanza intelligente.
La teoria del pazzo, portata all’estremo, produce un mondo in cui tutti trattano con tutti ma nessuno si fida davvero di nessuno. È un mondo ad alta intensità di calcolo e bassa intensità di fiducia. Può sembrare moderno, persino spregiudicato. In realtà è molto costoso. Ogni relazione diventa più onerosa da mantenere. Ogni accordo richiede garanzie aggiuntive. Ogni alleanza deve essere continuamente rinegoziata. Ogni impresa deve spendere più energia per proteggersi dall’instabilità.
Qui si colloca il vero passaggio epocale. Non stiamo assistendo soltanto a un cambio di stile nella diplomazia americana. Stiamo vedendo il tramonto delle alleanze automatiche e l’inizio di una stagione in cui la fiducia dovrà essere ricostruita su basi nuove. Meno retoriche, forse. Più realistiche. Ma non per questo meno necessarie.
Il futuro non premierà chi rompe ogni legame in nome della forza. Premierà chi saprà scegliere quali legami meritano di essere difesi. Non premierà chi confonde l’imprevedibilità con la strategia. Premierà chi saprà usare l’autonomia senza trasformarla in solitudine. Perché nessuna grande potenza, nessuna impresa globale, nessuna economia avanzata può davvero prosperare da sola in un mondo interdipendente.
La teoria del pazzo può vincere una giornata. La fiducia può reggere un’epoca.
E nelle fasi di transizione storica, la differenza tra le due cose diventa il confine sottile tra esercitare potere e costruire futuro.

