Se l’AI incontra il corpo: la presenza umana diventa infrastruttura

quimilano.it

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Nel 2015, in Giappone, un gruppo di ricercatori guidati da Jun Rekimoto sviluppa una tecnologia che, dietro un’apparenza quasi minimale, apre una questione molto più grande del dispositivo stesso. Si chiama ChameleonMask e consente a una persona di essere presente in un luogo fisico attraverso il corpo di un altro individuo. Il funzionamento è semplice e proprio per questo destabilizzante: un soggetto remoto trasmette in tempo reale il proprio volto e la propria voce su un display indossato da un surrogato umano, mentre attraverso un canale privato gli impartisce istruzioni operative. Il surrogato si muove, entra negli spazi, interagisce, agisce. Chi gli sta di fronte tende progressivamente a riconoscere come presenza reale non tanto il corpo che vede, quanto l’identità che quel corpo sta trasportando.

Nel 2018, durante EmTech Asia a Singapore, questa idea entra nel racconto mediatico con un nome capace di condensarne forza e ambiguità: Human Uber. La definizione non è accademica, ma è efficace, perché coglie subito il punto. Non si tratta di una videochiamata avanzata e nemmeno di un robot di telepresenza più sofisticato. Qui il cuore della questione è un altro: la possibilità di usare un essere umano come veicolo della propria presenza. Nel 2023, con sviluppi successivi come ChameleonControl, il principio viene esteso a contesti più concreti, come la formazione pratica e l’assistenza remota. Il segnale è chiaro: non si tratta di una curiosità da laboratorio, ma di una linea di ricerca che continua a interrogare il rapporto tra corpo, identità e azione.

Il vero interesse di questa tecnologia, però, non sta nel suo funzionamento tecnico. Sta nel significato storico che porta con sé. ChameleonMask non introduce soltanto uno strumento nuovo. Introduce una categoria nuova. Trasforma la presenza in qualcosa di organizzabile, distribuibile, potenzialmente acquistabile. In altri termini, la presenza entra nel campo dei servizi.

Per secoli essere presenti ha coinciso con esserci. Il corpo è stato la prova finale della realtà, il punto in cui identità, azione e responsabilità coincidevano. La digitalizzazione ha cominciato a incrinare questa certezza. Prima ha reso possibile comunicare a distanza, poi lavorare a distanza, infine coordinare processi complessi senza condividere lo stesso spazio. Tuttavia, il corpo ha continuato a rappresentare una soglia simbolica. Human Uber attraversa proprio quella soglia.

È qui che la tecnologia smette di apparire come una stranezza e comincia a parlare del presente. Le imprese, in fondo, sono da sempre sistemi di distribuzione della presenza. Il management delega rappresentanza, i brand prendono corpo attraverso persone, le organizzazioni moltiplicano la propria capacità d’azione affidandola a ruoli intermedi. Ma questa mediazione è sempre stata regolata da strutture formali, identità professionali, gerarchie riconoscibili. Con Human Uber il passaggio si fa più radicale: non si delega più soltanto una funzione, si delega il corpo.

Questo passaggio si inserisce perfettamente nella traiettoria dell’economia contemporanea, che da anni separa ciò che un tempo sembrava indivisibile. Ha separato il lavoro dalla sede, la competenza dall’organizzazione, il prodotto dal luogo di produzione, l’interazione dal contatto diretto. La gig economy ha scomposto attività complesse in unità minime coordinabili da piattaforme. Il cloud ha reso astratte infrastrutture un tempo rigidamente materiali. Human Uber porta questa logica fino a una nuova soglia: la separazione tra presenza e corpo.

Se questa separazione diventa tecnicamente affidabile ed economicamente sostenibile, la presenza può essere scalata, distribuita, incorporata in modelli organizzativi più ampi. Non sarebbe più soltanto una condizione umana, ma una risorsa operativa. Ed è a questo punto che la riflessione si fa più interessante, perché il modello descritto presuppone ancora una volontà umana che guida un altro umano. C’è un soggetto che decide e un altro che esegue.

Ma l’evoluzione dell’intelligenza artificiale rende ormai inevitabile una domanda ulteriore: che cosa accade quando a impartire quelle istruzioni non è più una persona?

Qui il discorso cambia profondamente. L’AI è già in grado di analizzare contesti, ottimizzare processi, suggerire decisioni, coordinare sistemi complessi. In ambito industriale, logistico, finanziario e organizzativo, l’automazione decisionale non appartiene più alla pura teoria. Se questa capacità viene collegata alla possibilità di agire nel mondo fisico attraverso corpi umani disponibili, lo scenario si sposta su un altro piano. Non si avrebbe più un umano che agisce attraverso un umano. Si avrebbe un sistema che agisce attraverso l’umano.

La differenza è decisiva. Nel primo caso la tecnologia estende la volontà di un individuo. Nel secondo potrebbe iniziare a sostituirla. L’essere umano diventerebbe allora il terminale fisico di una razionalità esterna, il punto di contatto attraverso cui un’intelligenza senza corpo entra nello spazio materiale. E a questo livello la questione non è più soltanto tecnica. Diventa epistemologica, politica, culturale.

Chi è davvero il soggetto dell’azione? Nella tradizione economica e giuridica la risposta era relativamente stabile: il soggetto è colui che decide e risponde. Ma se decisione, esecuzione, presenza e responsabilità si distribuiscono tra livelli diversi, la risposta si complica radicalmente. Ed è proprio qui che Human Uber smette di apparire come una bizzarria tecnologica e diventa il sintomo di una transizione storica più profonda.

In un mondo in cui l’economia organizza sempre più componenti scomponibili e ricombinabili, anche il corpo rischia di entrare in questa logica di modularità. Il valore non risiederebbe più nella mera presenza, perché la presenza diventerebbe replicabile. Né nell’esecuzione, perché l’esecuzione diverrebbe automatizzabile. Il valore si sposterebbe allora nella definizione dei criteri, nella costruzione dei limiti, nell’attribuzione della responsabilità.

Per questo la domanda decisiva non è semplicemente se l’intelligenza artificiale potrà comandare l’umano. La domanda davvero importante è un’altra: in quali condizioni, con quali regole e con quale consapevolezza culturale si sceglierà di consentirlo. Per una platea di studiosi della AI, il punto non è osservare Human Uber come curiosità di frontiera, ma leggerlo come anticipazione di un assetto possibile, in cui corpo, voce, decisione e responsabilità non coincidono più necessariamente.

Human Uber, in questa prospettiva, non è soltanto una tecnologia di telepresenza. È una metafora operativa del tempo che si sta aprendo. Un tempo in cui l’umano non viene semplicemente affiancato dalla macchina, ma rischia di diventare il supporto esecutivo di sistemi decisionali non umani. E proprio per questo costringe a tornare sul punto essenziale: non che cosa può fare la tecnica, ma quale idea di umano si intende preservare mentre la tecnica ridefinisce il perimetro dell’azione.

 

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  • Collabora con la testata su temi economici e aziendali, con particolare attenzione alle trasformazioni del mercato e alle strategie di crescita delle imprese.