La nuova economia della materia che si costruisce da sola

quimilano.it

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Nel gennaio 2026, su Nature Physics, è stato messo nero su bianco qualcosa che fino a poco tempo fa apparteneva più alla filosofia che all’ingegneria: la materia può essere programmata. Non lavorata, non assemblata, ma programmata. Non è una sfumatura linguistica, è un cambio di paradigma. Significa passare da un’economia fondata sulla trasformazione a una fondata sulla definizione delle regole.

L’idea, a ben vedere, non è nuova. Il DNA la applica da quasi quattro miliardi di anni. Un genoma, una sequenza di istruzioni, e un organismo si costruisce da solo. La novità è che oggi quella logica inizia a essere replicata in laboratorio. E, soprattutto, compresa.

Il punto decisivo non è tanto che la materia possa autoassemblarsi. È che ora si può prevedere quando accadrà e quando no. Esiste una struttura matematica, una sorta di geometria invisibile, che stabilisce in anticipo quali configurazioni sono possibili e quali restano fuori dal perimetro del realizzabile. Un “poliedro convesso ad alta dimensione”, per usare la definizione tecnica, che funziona come un manuale d’istruzioni termodinamico.

Tradotto in termini più concreti: non tutto ciò che si può immaginare si può costruire, anche disponendo della tecnologia perfetta. Alcune strutture sono intrinsecamente irrealizzabili da sole, altre emergono solo insieme ad altre ancora. È una scoperta che, se osservata con attenzione, assomiglia molto a ciò che accade nelle imprese.

Ogni organizzazione vive dentro vincoli strutturali. Non tutte le strategie sono compatibili, non tutte le combinazioni di obiettivi sono sostenibili. Si può spingere sulla crescita, ma con un impatto sulla marginalità. Si può ottimizzare l’efficienza, ma sacrificando la flessibilità. La materia programmabile porta questa logica a livello fisico, rendendola inevitabile e misurabile.

In un esperimento concreto, poche regole di interazione tra particelle sono state sufficienti a generare oltre duecento configurazioni possibili. Tuttavia, solo una parte di queste era realmente controllabile. Le altre emergevano come effetti collaterali inevitabili. Non per errore, ma per necessità. È la stessa dinamica che si osserva quando un’impresa introduce un nuovo prodotto e scopre che non può farlo senza modificare, in modo irreversibile, la propria struttura operativa.

Questa nuova grammatica della materia apre scenari che vanno ben oltre il laboratorio. La manifattura, per esempio, è il primo settore a essere messo in discussione. Se gli oggetti non vengono più costruiti ma “coltivati” a partire da componenti abbondanti, il costo marginale dei beni fisici tende a crollare. È lo stesso effetto che il software ha avuto sui contenuti digitali, ma applicato al mondo materiale. E con conseguenze, se possibile, ancora più profonde.

Le economie costruite sulla produzione industriale tradizionale si troveranno di fronte a una trasformazione sistemica. Non si tratterà di produrre meglio, ma di produrre meno nel senso classico del termine. Il valore si sposterà dalla fabbrica al progetto, dalla linea produttiva alla definizione delle regole.

Un primo esempio arriva dalla medicina. Le tecnologie basate su DNA programmabile sono già in grado di costruire strutture che interagiscono con virus e li neutralizzano in ambiente controllato. Il rilascio mirato dei farmaci, la riparazione cellulare, l’ingegneria dei tessuti smettono di essere problemi chimici e diventano problemi di design. Il corpo umano, in questa prospettiva, non è più solo un sistema da trattare, ma un sistema da riprogrammare.

Un secondo esempio riguarda l’energia. Le grandi sfide energetiche, dal solare all’accumulo fino alla fusione, sono in larga parte problemi di materiali. Servono strutture molecolari che oggi non si è in grado di fabbricare. La materia programmabile promette di farle emergere spontaneamente. Se questo passaggio dovesse compiersi, l’abbondanza energetica non sarebbe più una variabile lontana, ma una conseguenza diretta.

Nel frattempo, il mercato si muove. Le tecnologie legate alla nanotecnologia del DNA valgono già miliardi e crescono a ritmi sostenuti, con prospettive che indicano un’espansione di ordine di grandezza entro il prossimo decennio. Non è ancora un mercato di massa, ma non è più nemmeno una nicchia accademica.

Sul piano strategico, la questione si fa più delicata. Se la materia diventa programmabile, il potere non risiede più nelle risorse naturali, né nella capacità produttiva, né nell’hardware. Risiede nei “file di progetto”, nelle regole di assemblaggio. È una forma di proprietà intellettuale pura, difficile da proteggere e ancora più difficile da contenere.

Il parallelo con il mondo digitale è inevitabile. All’inizio il valore era nell’infrastruttura, poi si è spostato nei protocolli, infine negli algoritmi. Ora si prospetta un passaggio ulteriore: dalle informazioni alla materia stessa. Chi controlla le regole controlla ciò che può esistere.

La competizione è già iniziata, anche se con tempi più lenti rispetto alle mode tecnologiche. Gli Stati Uniti guidano la ricerca fondamentale, la Cina lavora sulla scalabilità, l’Europa presidia la teoria. È una corsa che non si misura in trimestri, ma in decenni. E proprio per questo rischia di essere sottovalutata.

Un dato, più di altri, aiuta a comprendere la portata della trasformazione. Un grammo di materia contiene circa 10 elevato alla 23 atomi. Il cervello umano ne utilizza circa 86 miliardi di neuroni. La differenza non è quantitativa, è di scala concettuale. La materia, potenzialmente, offre una capacità di elaborazione immensamente superiore a quella delle architetture attuali, con consumi energetici comparabili a quelli biologici.

Questo non significa che esistano già computer fatti di materia programmabile. Significa che la direzione è tracciata. E che, nel lungo periodo, la distinzione tra materia e informazione potrebbe diventare sempre più sottile.

Per le imprese, la domanda non è immediata, ma inevitabile. Quando la produzione diventa programmazione, dove si colloca il vantaggio competitivo? Nella capacità di progettare regole, di comprendere vincoli, di anticipare configurazioni possibili. Non più nella forza produttiva, ma nella qualità della sintassi.

In fondo, è una trasformazione culturale prima ancora che tecnologica. Si passa dall’idea di controllo diretto alla comprensione delle condizioni. Dall’azione alla relazione. Dalla costruzione alla scrittura.

La materia programmabile non è una promessa per il prossimo trimestre. È una traiettoria per la metà del secolo. Ma, come spesso accade, le traiettorie più lente sono quelle che cambiano davvero le regole del gioco.

E quando le regole cambiano, chi le ha comprese per primo non si limita a competere. Riscrive il mercato.

Autore

  • Scrive di economia e impresa con attenzione ai cambiamenti che interessano aziende, settori e modelli organizzativi. Collabora alla redazione di articoli e analisi di taglio business.